Poteva anche andare meglio. Forse ho dovuto pagare nel modo peggiore il fatto di essere stato promosso in prima classe all’andata. Partenza da Linate, e fin qui tutto bene, visto che solitamente per raggiungere Malpensa ci vuole più di un’ora. Ma già sul breve volo fino a Londra avevo capito che non sarebbe stato un viaggio piacevole. Di fianco a me sedeva un ragazzo alla fine della trentina che non ha fatto altro che agitarsi come un ossesso mentre leggeva il suo benedetto giornale e passava in rassegna ad almeno due mesi di posta (ordinaria, non email) arretrata tutta stipata nel suo zainetto. Nell’ultima mezzora ha poi anche pensato bene di mangiarsi le unghie emettendo scrocchi e squittii mentre si succhiava le dita come un nevrastenico, e mai prima di allora mi ero reso conto di quanto sia fastidioso. Completa il quadretto della prima tratta un gruppettino di giovani della provincia, sicuramente studenti del Politecnico, che hanno intrattenuto tutte le file circostanti con una granaiuola di battute da terza elementare, quel genere di atteggiamenti che rende tanto noti gli ingegneri di piazza Leonardo a Milano.

Mi ero dimenticato che a Londra avevo quasi quattro ore di pausa, ma alla fine sono passate rapidamente mentre leggevo il mio libro ben accomodato da Pret tenendo d’occhio i tabelloni delle partenze e rimanendo incantato dalla maestosità del nuovo Terminal 5 che più che un terminal sembra un centro commerciale.

Il peggio è stato decisamente il volo transoceanico. Quando hanno cominciato ad imbarcare alle 16.50 il volo che sarebbe dovuto partire alle 17.05 ho subito sospettato che probabilmente non saremmo decollati in orario. Ma certo non potevo prevedere che a pochi metri dalla pista l’aereo sarebbe stato richiamato indietro al gate dal controllo per un non ben definito test. E, come tutti sanno, una volta perso il proprio intervallo per partire, in aereoporti trafficati come quello di Londra si rischia di ritardare parecchio. E infatti ci siamo sollevati da Heathrow due ore dopo l’orario previsto. Ma è durante la crociera che sono arrivate altre due simpatiche sorprese: una il sistema di proiezione dei film che si è impallato ben tre volte tagliando a metà la visione proprio nel momento migliore, l’altra il passeggero seduto dietro di me con cui ho ingaggiato una battaglia senza quartiere. Era uno di quelli che mettono i piedi sul sedile anteriore e spingono, si dimenano, battono, tutto a discapito della persona davanti che risente di ogni singolo scossone. In questo caso la persona davanti ero io e, dopo diversi scossoni in risposta che non hanno sortito alcun esito, sono passato a metodi più radicali. Tanto più che la persona davanti a me aveva reclinato il sedile e, con il mio sedile tutto spinto avanti dal simpaticone dietro, avevo trenta centimetri di spazio in cui respirare. Quindi ho aspettato che si alzasse e poi gli ho reclinato il sedile anch’io, al che lui e i suoi fettoni puzzolenti sono rimasti intrappolati. la battaglia non si è comunque conclusa qui, ma risparmio ulteriori dettagli.

Mi ha accolto una Vancouver freddina ma non troppo, umidiccia ma non fradicia, già buia di quel buio che ci porteremo dietro per diversi mesi. La casa è intatta. Almeno quello.

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