Ormai sento lentamente affievolirsi quel progressismo tecnologico che mi ha caratterizzato per molti anni. Forse mi sto adagiando anch’io nel marmoreo immobilismo e nell’idolatria del passato come vessillo dei valori e della purezza. Qualche anno fa sarei stato il primo ad iscriversi a Facebook quando ancora nessuno dei miei amici l’aveva mai sentito nominare. Anzi, ora che ci penso, prima ancora che il web 2.0 fosse definito, ero su Orkut, primo visionario esperimento di network sociale tentato da Google, oramai finito nel dimenticatoio delle iniziative che hanno avuto la sfortuna di vedere la luce troppo presto o troppo tardi. Oggi solo l’idea di dover scegliere un nuovo nome utente e una nuova password mi fa venire mal di stomaco, per non parlare di profili, impostazioni, autorizzazioni e affini. Segno degli anni certo, ma probabilmente anche della noia che possono indurre le innumerevoli virtualizzazioni delle attività umane con cui veniamo bombardati continuamente.

Ebbene, proprio oggi mi è capitato sotto gli occhi un articolo del Corriere che assomigliava molto all’inferno dell’internauta. Sembrerebbe, ed il condizionale è d’obbligo vista la fonte e i marchiani errori di cui è come al solito farcito il testo, che una delle nuove tendenze sia di tenere traccia attraverso apposite applicazioni web di svariati aspetti della propria vita, dai gusti musicali alle abitudini di guida, dall’attività sessuale ad una collezione di dati biometrici. Se si ignora l’intera questione privacy ed il fatto che essenzialmente si consegnano dati ultrasensibili a sconosciuti senza alcuna garanzia certa, l’idea potrebbe risultare tutt’altro che peregrina: avere davanti agli occhi dati, e non sensazioni spannometriche intorbidite da rumore variabile, può sottolineare diversi caratteri della vita e dei comportamenti che a prima vista sfuggono proprio perchè riguardano se stessi ed osservarsi dall’esterno con oggettività è ben complesso per chiunque.

D’altro canto, forse pecco di poca lungimiranza e sarò presto smentito, non mi sento a mio agio ad analizzare me stesso allo stesso modo del valore di un titolo di borsa nel tempo o del consumo di un’autovettura su diversi terreni. Ho la presunzione di essere più complesso di una manciata di numeri e di non poter essere compreso tramite un banale studio di funzione, o comunque non una funzione troppo semplice. Inoltre, fatti salvi i dati biometrici, l’accuratezza dei dati che riguardano gusti e preferenze è per definizione inaffidabile e condizionata da infiniti fattori di cui è impossibile tenere conto. I valori sono oggettivi una volta inseriti, ma è la misurazione il punto debole. Temo dunque che in questo caso la speranza degli utenti non sia quella di comprendersi meglio, come affermano, ma di ricercare, attraverso l’inclusione in un istituzione che sembra qui per restare come il web, quell’immortalità a cui tutti, per ignoti motivi, sembriamo così affezionati.

Annunci