Mi sono deciso prima dell’estate: farsi coraggio, ottenere le scartoffie necessarie e richiedere la residenza in Canada. E’ un vantaggio in ogni caso, sia che scelga di rimanere qui a lungo, sia che tra qualche mese prenda una strada diversa. Essenzialmente mi offre il diritto di essere “quasi” cittadino canadese, di poter lavorare quasi dove voglio e soprattutto di essere libero di andare a venire a mio piacimento senza sottostare a permessi di soggiorno o visti turistici. Nel peggiore dei casi è una carta in più da giocare, una porta (quasi) sempre aperta a cui ricorrere in caso di bisogno. Inoltre nel giro di soli tre anni di residenza posso richiedere la cittadinanza con ulteriori esclusivi vantaggi. Nulla che mi cambia la vita, ma per lo sforzo che richiede tanto vale fare anche questa.

Il trucco però c’è, e solo oggi comincio a comprendere a pieno le pene di quella marea di stranieri che fanno la fila davanti alle nostre questure o che girano come impazziti per gli sportelli del comune. La burocrazia è proprio una brutta bestia ed essere straniero non aiuta mai. Certificati, carte, attestati, moduli, fotografie, una marea di dati che, sono sicuro, nel 99% dei casi sono inutili ed hanno l’unico scopo di non rendere il processo troppo semplice se no ci sarebbero troppe richieste. Devo aver scritto nome, cognome e data di nascita almeno venti volte su altrettanti moduli. Onestamente trovo indecente che nell’era dell’informatizzazione non si riesca ad automatizzare procedure tecnicamente banali come queste. Dichiarazioni, fotografie, firme hanno quell’aria vintage dei tempi in cui davvero facevano fede con una certa affidabilità, ma oggi non sono altro che una polverosa formalità.

Prima della fine di questa settimana dunque spedirò una corposa raccomandata negli Stati Uniti a Buffalo, che solo pronunciare il nome mi fa sorridere e ripensare a quelle scarpe con le zeppe tanto popolari tra i tamarri degli anni novanta. E tra qualche mese, se tutto va bene, sarò residente a tutti gli effetti.

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