Ricordo distintamente il primo giorno di ginnasio quando mi fu assegnato da imparare l’alfabeto greco. Alfa, beta, gamma, delta, epsilon, zeta, eta, theta.. Mi sembrava di dovermi impegnare per qualcosa di assurdo e che non sarei mai riuscito a ricordare. E invece il giorno dopo, non solo ricordavo la lista delle lettere in ordine, ma ero anche in grado di pronunciarle e, pur in mancanza di una sicurezza che sarebbe giunta a breve, leggevo con facilità, sebbene non capissi il significato. Da quel momento ho avuto sotto gli occhi il greco ogni giorno per cinque anni, al punto che non sembrava più una lingua straniera e riuscivo a comprendere i testi quasi senza vocabolario. Sono giunto ad amare questa lingua e a provare piacere a leggere poesie e storie in lingua originale, interpretare segni e scritture che per molti altri erano incomprensibili geroglifici. Una soddisfazione interiore condivisa da pochi, per lo più concordi che dopo quei cinque anni col greco non si avrebbe più avuto a che fare. E così è stato.

Oggi, durante un momento di ricreazione (bellissimo termine vintage) con i colleghi, si discorreva dell’atto di cibarsi di feci. Un argomento come un altro, tanto per fare conversazione davanti ad un caffè, quello che gli anglosassoni definirebbero smalltalk. Ebbene al momento di definire questa gustosa e diffusa pratica mi sono scontrato davanti al muro della lingua inglese. Come fare come non fare, ho deciso di ricorrere al vecchio amico greco e ho pronunciato il termine “coprophagia”, tirando letteralmente ad indovinare pur con una certa confidenza. Ebbene ovviamente il termine, pur essendo sconosciuto ai più, esiste anche in inglese ed è anche certamente meno volgare, più scientifico e, volendo, più elegante dell’alternativo “scat” proposto da altri. E come è già successo altre volte in passato anche oggi ho insegnato una nuova parola ai miei amici di lingua inglese.

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