Ultime due settimane del 2008. E, come regolarmente accade dall’invenzione delle classifiche e dei sondaggi, impazza la frenesia di trovare termini, eventi, personalità che definiscano l’anno in procinto di terminare. Una sorta di ultimo sforzo di cruda e cieca generalizzazione di un periodo di tempo. Non diverso dalle chiacchiere da bar che pontificano che i popoli nordici sono freddi, che in Messico fanno tutti la siesta, che gli orientali sono cinici ed imprevedibili e che i neri hanno il ritmo nel sangue. Pregiudizio? Non c’è bisogno di essere così severi, sono semplicemente disinteresse ed ignoranza corroborati da una buona dose di indolenza. Le risposte sono servite, non c’è alcun bisogno di porsi le domande. E allo stesso modo basta accordarsi su una parola che rappresenti l’anno: così fra qualche decade non ci sarà bisogno di ricordare la caduta del governo, le elezioni italiane, la crisi, il passaggio di consegne a Cuba, l’inaugurazione dell’acceleratore di particelle, il nuovo presidente americano eccetera. Basterà tenere a mente un termine emblematico che riassuma tutto, “cordata”.

Il fenomeno è reso ancora più ridicolo dal fatto che i media che promuovono i sondaggi per la parola dell’anno sono gli stessi media che coniano, diffondono e spesso lavano il cervello con gli stessi termini per mesi interi. E dunque a fine dicembre il cerchio si chiude e raccolgono “pareri”, “opinioni” che in realtà non sono altro che un riflesso di quanto il bombardamento è stato efficace. Le migliori teorie del marketing predicano di misurare il risultato di una campagna promozionale al termine della stessa e valutare quanto essa abbia fatto presa sul consumatore spesso proprio attraverso sondaggi che mirano a verificare quale sia l’immagine o il termine che viene associato al prodotto. Una interessante analogia. Personalmente assocerò il 2008 ad una certa consapevolezza che ho acquisito e riassumerò 365 giorni di pensieri con il termine decrescita (cliccare per saperne di più).

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