In greco antico καλὸς κἀγαθός significa letteralmente e semplificando “bello e buono”. Ma per la cultura ellenica il significato profondo era ben più complesso. In due parole l’aggettivo καλὸς non si limitava a descrivere una bellezza esclusivamente fisica, ma implicava anche una distinzione nella purezza d’animo e nelle buone intenzioni; il termine ἀγαθός rappresentava invece l’integrità etica e morale dell’individuo, unita a coraggio ed intraprendenza in ambito pubblico. Non è dunque difficile immaginare come queste due caratteristiche stessero a contraddistinguere un uomo quasi perfetto, non solo prestante e piacente dal punto di vista fisico ma anche affidabile, onesto e valoroso. E, sebbene bellezza e rettitudine non siano sempre buone compagne nel mondo reale, agli antichi greci piaceva associarle e ritenere che l’una implicasse l’altra.

In verità, pur avendo una sovrastruttura culturale e sociale molto diversa da allora, anche oggi non è così insolito che il cervello automaticamente ponga in relazione questi due valori. Basti pensare che, nonostante lo si neghi continuamente, la prima impressione su uno sconosciuto è nella maggior parte dei casi determinata dal suo aspetto fisico e da come si presenta nei primi istanti di contatto. Ci si aspetta sempre qualcosa di meglio da chi è alto, biondo, con gli occhi azzurri ed è simpatico come Bonolis, mentre non appena ci si imbatte in qualcuno che rientra nella media estetica o peggio, non si fa fatica a fare sorgere le prime perplessità o mettere in discussione l’intera persona. Sotto sotto nascosto negli ingranaggi che fanno girare i pensieri umani, c’è una piccola rotella che prende decisioni affrettate sulla base di informazioni incomplete e ce le presenta come il frutto di complicate elaborazioni. E noi abbocchiamo come salmoni del Pacifico.

Tutto questo per dire che lo scorso weekend sono stato servito in un pub da una creatura dall’aspetto divino ma dai modi molto terreni..