Ammetto di essermi burlato per tanto tempo della comunicazione. Come se fosse uno di quei processi che funzionano in ogni caso e che il capirsi fosse più questione di volontà che di capacità. Sul piano professionale parlare di problemi di comunicazione mi ha sempre dato la stessa sensazione di chi si nasconde dietro a un dito, come un bambino che dà la colpa al gatto quando viene colto con le mani nella marmellata. Insomma se un’impresa è in grado di eccellere nella produzione e nella vendita non c’è nessuna comunicazione che possa guastare la festa. Niente di più falso ovviamente. Idem nei rapporti personali. E’ importante quel che si pensa e quel che si fa, ma, se gli altri non vengono messi al corrente e resi partecipi, l’efficacia dei propri gesti può risultare ben inferiore alle proprie aspettative.

Nel mio piccolo mi sono reso conto di quanto sia difficile riuscire ad esprimere a parole opinioni, ragionamenti e sensazioni a persone sconosciute. E’ quasi impossibile essere in grado di trasmettere completamente il messaggio a meno che non sia banalmente semplice. Spesso le conversazioni non sono altro che i tentativi di due o più persone di comunicarsi un concetto attraverso progressive approssimazioni che mi ricordano la teoria del controllo. Io dico qualcosa e tu rispondi, da come rispondi posso capire quanto del mio messaggio iniziale è giunto a destinazione e cercare di aggiustare il tiro con un nuovo messaggio. E si ricomincia da capo. Un semplice controllo in retroazione per chi mastica il termine.

Mi è assolutamente ovvia la fatica del comunicare anche solo dalle idee che trasformo in argomenti da trattare su questo blog e da quanto raramente sono in grado di descrivere esattamente l’idea o il pensiero iniziale. Rileggendo è assolutamente ovvio che un lettore, che anche mi conosca personalmente e che dunque sia al corrente del mio modo di pensare, abbia ben poche possibilità di comprendere lo spunto originale che mi ha spinto a scrivere. Ma forse lui non lo saprà mai.

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