Vivo a Vancouver da quasi due anni e ho la sensazione di avere sempre vissuto in questa città. La conosco, mi sento a mio agio, per molti versi la adoro. Eppure, ogni volta che ripenso a Milano, mi rendo conto di quanto vivere qui, sulla costa pacifica del continente americano, sia un’avventura completamente diversa e per me inedita. L’uomo, corpo e mente, si abitua rapidamente a qualsiasi mutamento nel proprio ambiente al punto da non farci quasi apprezzare le differenze. Nuovo luogo, nuove abitudini. Paesaggi nuovi, persone nuove, lavoro nuovo, tutto perde la propria brillantezza nel giro di meno tempo di quanto si immagini. Succede anche in vacanza quando si assume talmente tanto il ritmo del luogo di villeggiatura che non sembra vero di dover tornare a casa, perchè si è già a casa. Costa fatica separare, discernere, confrontare. Distinguere luoghi completamente diversi che però soddisfano allo stesso modo le esigenze di base dell’organismo umano e, in quanto tali, tutti uguali.

Bene così? Certo, è un vantaggio potersi adattare con facilità a circostanze sconosciute e riportarsi presto ad una condizione di stabilità. Tutto il mondo è casa propria. Un cosmopolitismo di fatto, almeno nei confini della cultura occidentale. Ma, non appena ci penso più a lungo, mi rendo conto che non mi sono portato dietro tutto due anni fa, non sono come le lumache o i paguri che si portano sulle spalle la loro intera storia sotto forma di un calcareo rifugio. Sono nato e cresciuto altrove, ho speso quasi trentanni in un’altra città, un’altra cultura, un altro Paese. Questi non ho potuto portarmeli dietro e oggi, qui in Canada, non ho un passato. Non possiedo esperienze o ricordi che abbiano avuto luogo qui. Negli ultimi trentanni non sono esistito in Canada, sono come un neonato di neanche due anni, con la limitata esperienza che due anni possono dare. Non ho assistito agli avvenimenti storici, non ho vissuto i cambiamenti, non ho assorbito negli anni la cultura locale ed i costumi che oggi sono costretto ad osservare dall’esterno. Sono come un viaggiatore che si ferma a casa di un gentile autoctono. Un ospite.

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