Tutti si ricordano della cosiddetta “bolla” speculativa delle dot-com a cavallo dell’inizio del millennio, al punto che è considerata la bolla per antonomasia. La crescente diffusione di Internet in tutto il mondo ed il forte interesse per questo nuovo mezzo di comunicazione avevano gonfiato a dismisura il valore delle imprese del settore fino a che la bolla è esplosa ed i prezzi dei titoli si sono riassestati su livelli più realistici. Da allora una nuova più profonda comprensione del fenomeno Internet ha riportato equilibrio nel giudizio degli investitori ed ha prevenuto la sopravvalutazione a priori del settore tecnologico.

Poi è giunto il Web 2.0 di cui tutti amano riempirsi la bocca e le barre degli indirizzi. Pur non includendo alcuna nuova tecnologia, la seconda generazione del web è certamente caratterizzata da un nuovo taglio nello sfruttare strumenti tecnici già esistenti da anni, allo scopo di ridefinire le modalità di utilizzo ed ampliare il raggio d’azione del singolo utente fino a farlo spesso diventare sorgente di contenuti per altri utenti. Questo concetto è alla base della maggior parte delle più famose applicazioni 2.0 quali Youtube, Facebook, Twitter, Delicious, Digg, Flickr. Sebbene il successo di pubblico di questi servizi sia enorme ed in continua crescita, anche perchè per la maggior parte gratuiti, gli introiti si basano quasi esclusivamente sulla vendita di spazi pubblicitari ed il grado di successo dipende esclusivamente dal numero di persone raggiunte. Quest’ultimo però è talmente tanto dipendente da fattori impredicibili che sembra estremamente azzardato scommettere sulla longevità di un sito pur popolare, basti pensare a quanti nomi famosi sono rimasti sul campo anche solo negli ultimi cinque anni. Second Life è l’esempio più notevole del fallimento di un modello fondato sulla moda del momento e privo di una reale produzione di beni che possano consolidare la fedeltà del consumatore.

Negli ultimi mesi si sono rincorse voci di corridoio sull’acquisto di questo o quel sito da parte delle major dell’industria per cifre che non sembrano avere alcuna attinenza con la realtà dei numeri e la crescita futura. Gli stessi capoccioni di Google, decisamente non gli ultimi arrivati nel mercato della pubblicità online, hanno tuttora un bel daffare nel tentativo di far rendere l’acquisto, finalizzato nel 2006, di Youtube, terzo sito più visitato al mondo secondo Alexa. Qualcuno si illude di poter fare di meglio con Twitter o Facebook?

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