Aprile è ormai per la maggior parte alle spalle. Sebbene la primavera fosse incominciata più di un mese fa, da queste parti, complice la posizione geografica, lo stacco con l’inverno è stato più graduale che altrove. Ma il 20 Aprile ha definitivamente sancito l’arrivo della bella stagione con una calda e odorosa fumata bianca.

A Vancouver il tempo atmosferico è materia di disappunto quasi tutto l’anno, ancora più che in Inghilterra. La fama che diffondono gli abitanti stessi è che piova tutti i giorni per otto mesi all’anno e -ammetto- a volte dopo una settimana di cielo coperto e aria umida si può giungere a conclusioni molto simili. E fa freddo. Non tanto come i detrattori penserebbero, ma è un freddo costante e testardo che non molla fino all’ultimo, un freddo che gioca brutti scherzi a chi si fida del cielo sereno fuori dalle finestre.

Ad un certo punto dell’anno però -e mi piace pensare che questo momento sia il 20 Aprile- la situazione cambia radicalmente. Sebbene l’arietta fresca una volta calato il sole non smetta mai di insidiare chi non si porta qualcosa per coprirsi, la costa pacifica si illumina per diciotto ore al giorno, libera le alture dalle cappe di umidità e mette in mostra dei colori stupendi che fanno dimenticare i mesi di grigiore e le giornate uggiose.

La stessa reazione si può notare nella popolazione che probabilmente conta la più alta percentuale di meteoropatici del mondo conosciuto. Mentre i giovani hippy salutano la bella stagione davanti all’Art Gallery, tutti sembrano risvegliarsi da un lungo letargo come gli orsi di Grouse Mountain che, usciti dalle loro tane, si avviano sbadigliando verso mesi di caldo e bagordi.

E mentre i Canucks superano il primo round dei playoff umiliando St. Louis per 4-0, posso tranquillamente tenere le finestre aperte, lasciare entrare la fresca aria di mare sullo sfondo di Mount Baker e godermi i festeggiamenti su Granville, incluso il razzo rosso di emergenza che qualche tifoso entusiasta ha lanciato sul palazzo di fronte.

Annunci