Uno dei mezzi per mantenersi in contatto con la cultura del proprio paese quando si vive all’estero è di seguirne la produzione cinematografica che spesso ricalca l’evoluzione della società e dei costumi nella madrepatria. E dunque mi nutro regolarmente di pellicole italiane, scelte più o meno a caso, senza focalizzarmi su generi, interpreti o registi specifici. Può così capitare che nel corso di una singola sera assista alla visione di due film completamente diversi come sono “Un’estate ai Caraibi” e “Fortapàsc”, entrambi usciti nella sale italiane nel corso di quest’anno.

“Un’estate ai caraibi” è la classica commedia estiva dei fratelli Vanzina da cui ben poco ci si può aspettare dal punto di vista tecnico e artistico, ma che spesso, credevo, riflette meglio di altri più intellettuali lungometraggi lo stato dell’italiano medio. In realtà l’Italia disegnata da questa produzione della Medusa Film è quella concepita e promossa in prima persona dal suo proprietario. Un paese non realisticamente benestante, abitato da puttanieri, razzisti, misogini e omofobi che girano per Antigua con l’arroganza e la presunzione dei coloni. Se uno straniero vedesse tutto questo potrebbe convincersi che lo stereotipo dell’italiano all’estero, caciarone, ignorante e retrogrado, non sia altro che una fedele descrizione del nostro popolo. La ciliegina sulla torta di questo patetico lavoro di propaganda destinato a chi già si pasce di veline, intolleranza e bigotti, sono le numerose citazioni sparse per la trama del nome del primo ministro che finisce per apparire negli ultimi minuti in un cammeo di dubbia opportunità.

“Fortapàsc” è stato diretto da Marco Risi, figlio di Dino, ed interpretato magistralmente dallo strepitoso Libero De Rienzo. Ambientato interamente nel napoletano, racconta le struggenti vicende della vita del giovane giornalista di Torre Annunziata Giancarlo Siani, spietatamente freddato dalla camorra all’età di 26 anni nel 1985. E’ impossibile non restare commossi davanti alla storia di uno dei tanti eroi sconosciuti che hanno pagato con la propria vita il coraggio di indagare i traffici della criminalità organizzata e portarli alla luce del sole. Questo è un aspetto dell’Italia di cui non ci si può dimenticare nascondendolo sotto il tappeto di camicie bianche, sorrisi smaglianti, mocassini e fanciulle scosciate.

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