Alle 7.15 il trillo del telefono si insinua sotto le coperte e raggiunge le mie orecchie, facendone vibrare i timpani con crescente intensità finchè il mio corpo intorpidito riesce a liberarsi dalla presa attorcigliata del piumone e guadagnare altri cinque minuti di pace premendo lo snooze. Gli occhi non si sono ancora aperti, ma la mente si sta già stiracchiando, conscia che è giunto il momento di interrompere la proiezione dei sogni ed accompagnare gli spettatori alle uscite, senza causare panico, ma rapidamente.

I trilli delle 7.20 e 7.25 scandiscono l’inesorabile passare del tempo e preparano il terreno all’ultima chiamata per chi ha intenzione di presentarsi in ufficio in orario. La decisione di darsi o no per malati avviene in questo lasso di tempo, con straordinaria lucidità, ma ancora ad occhi chiusi mentre sullo schermo scorrono le ultime scene sbiadite dei sogni che perdono volume e colore ogni secondo che passa.

7.30. Una mano consumata dall’abitudine preme il minuscolo tasto che disabilita l’acuto stridio della sveglia. E striscia nuovamente sotto il piumone. Passano alcuni secondi, un numero variabile ma piccolo, e con l’agilità di una molla fletto i muscoli e galleggio sul comodissimo materasso Sultan, spalle alla finestra, fissando con sguardo spento il guardaroba, come se avesse il potere di tirarmi in piedi. Ma il peggio è ormai passato, sono sveglio. Forse.

La tappa in bagno è ottimizzata al massimo in un processo che si svolge con la precisione ticchettante di un orologio svizzero. Tirare il telo della doccia lungo il bordo della vasca, aprire il getto e lasciare che l’acqua si scaldi. Nel frattempo in piedi davanti alla tazza esaminare fronte, naso, occhi, bocca, guance alla ricerca di segni sgradevoli lasciati dalla notte. Appoggiare l’accappatoio vicino al tappetino, balzare sotto gli spruzzi bollenti. Alla brusca interruzione dell’acqua segue un minuto in accappatoio durante il quale avvengono le operazioni di igiene dentale.

Mancano circa venti minuti alle 8. Sono ai blocchi di partenza. Pantaloni, scarpe, camicia, golf. Sono vestito. Chiavi, portafoglio, telefono, iPod. Sono pronto. Nel giro di qualche minuto l’aria frizzante di Howe Street mi sferza la faccia mentre tengo la porta al vicino di casa che l’ascensore durante la corsa ha raccolto ad uno dei piani inferiori.

Nessun pensiero mentre attraverso Helmcken, Nelson, Smithe, Robson e schivo la folla accalcata all’incrocio con West Georgia che ogni giorno mi dà il benvenuto alla mattina con un semaforo fiammante. Svolto su Dunsmuir tra i poster di La Senza e il nuovissimo punto vendita Sephora che non manca mai di ricordarmi Safarà di Dylan Dog.

Il gemito del lettore di badge sul lato della porta vetrata sigilla il mio ingresso in ufficio. Le scale che conducono al piano rialzato dove mi servirò il caffè dopo aver salutato i colleghi intenti nella preparazione di una abbondante colazione coincidono con il primo momento in cui rivolgo il primo pensiero alla giornata lavorativa ormai incombente. Le porte del lento ascensore si aprono sul quinto piano, “good morning” sono le prima parole che biascico senza muovere le mascelle nei giorni feriali.

Gli undici caratteri, costituiti da numeri, lettere maiuscole e minuscole e simboli, che compongono la mia password sbloccano la mia postazione. Accendo lo schermo. E’ cominciato un nuovo giorno.

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