Ad un mesetto dall’uscita ufficiale non posso esimermi dal dare la parola allo smanettone che è in me ed esternare i miei pensieri sull’ultimo venuto tra i sistemi operativi Microsoft, e lo farò dalla posizione di un utente, senza scendere in dettagli tecnici che comunque sono giustamente ignorati dalla maggior parte. La domanda che ogni potenziale cliente si dovrebbe porre è che cosa si ottenga in cambio dei duecento dollari del costo di aggiornamento da una delle versioni precedenti, XP, Vista o 2000, al nuovissimo 7. In che modo il nuovo sistema operativo aumenta la produttività o agevola le operazioni quotidiane o ancora introduce nuove funzionalità che possono portare vantaggio? Ed è possibile stimare che queste novità valgano la spesa? In termini business, qual è il ROI, il ritorno sull’investimento, dell’aggiornamento a Windows 7? L’aggiornamento crea più valore di quanto costi?

La metodologia per rispondere a tali quesiti è estremamente lineare e consiste nel passare in rassegna alle nuove funzionalità e considerare quanto essere siano utili, non in generale, ma nello specifico caso in esame. Nel caso della maggior parte degli utenti privati e aziendali aggiornare a Windows 7 non porta alcun rilevante cambiamento positivo se non il perverso benessere psicologico di essere all’ultimo grido. E’ da dieci anni che in casa Microsoft non si vedono innovazioni che realmente abbiano un impatto sostanziale sulla produttività degli utenti. Spesso addirittura i nuovi rilasci sono promossi ponendo enfasi sulla maggiore stabilità e i ridotti tempi di risposta, ma non riesco a comprendere per quale motivo il cliente sia costretto a pagare per la correzione di parti del sistema che non sono riuscite con il buco al primo tentativo. Se il volante dell’automobile vibra è dovere del concessionario sostituirlo gratuitamente in garanzia, ma se un sistema operativo soffre di lentezza e inaffidabilità è l’utente che deve sborsare altro denaro per poter avere un prodotto correttamente funzionante?

E’ inoltre sorprendente come la percezione del pubblico sia mutata così radicalmente tra Windows Vista ed il suo successore. Il primo è stato generalmente classificato come un fiasco dalla stampa e dagli esperti al punto che la stessa Microsoft ne ha ben presto ammesso i limiti spostando l’attenzione sulla versione successiva. Quest’ultima, Windows 7, è stato invece accolto positivamente dall’opinione pubblica, complice il fatto che il nuovo prodotto è stato in beta gratuita per diversi mesi e che alcuni dei più incresciosi difetti di Vista sono stati corretti. Nulla contamina però l’impressione che il nuovo venuto non sia altro che un rimpasto più stabile del predecessore presentato con un tema grafico che non sfiguri completamente davanti agli attuali Mac dell’acerrimo concorrente Apple. I tanto millantati miglioramenti di velocità sono minimi e certamente ben poco rilevanti nella vita di tutti i giorni.

Steve Ballmer, CEO di Microsoft, parla con entusiasmo delle vendite di Windows 7 e trasmette l’idea che esse riflettano la qualità del prodotto e l’ottima ricezione da parte del mercato. A mio parere sarebbe interessante capire in quanti casi il sistema operativo è stato acquistato separatamente dall’hardware, cosa che indica una deliberata volontà di avvantaggiarsi delle nuove funzionalità, contrariamente al caso in cui il sistema è preinstallato sui nuovi computer. Allo stesso modo, per quanto riguarda l’utenza aziendale, in quanti casi la migrazione non è forzata semplicemente dal timore che i sistemi operativi precedenti non saranno presto più mantenuti e supportati? I clienti non sono stupidi e nessuno, se non fosse costretto, spenderebbe centinaia di dollari di licenze, senza contare il tempo e le risorse spesi nell’aggiornamento dei sistemi, per avere le finestre trasperenti, una sorta di antivirus che si aggiorna una volta al mese, una gestione finalmente accettabile delle reti senza fili e una serie di funzionalità che terze parti offrono gratuitamente da anni.

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