Ho uno scheletro nell’armadio. Anzi, più di uno. Ma non ne scriverò qui. Quello di cui invece scriverò è uno scheletro che è uscito dall’armadio, si è seduto sul divano e mi prende in giro ridendo sgangheratamente tra i denti di quel suo teschio bianco mentre tutto assorto scrivo questi post.

Per un motivo o per l’altro, nonostante la carriera nell’informatica che oggi rappresenta il mio pane quotidiano oltre che estendersi ad una parte significativa del mio tempo libero, non ho mai imparato a scrivere propriamente con la tastiera. Esatto, avete capito bene, scrivo con due dita -no, non gli indici- muovendomi come uno scoiattolo caffeinomane sulla superficie di questa tastiera che sembra il rovescio di una grossa tavoletta di cioccolato. Come tutte le peggiori abitudini anche questa costringe a impiegare ben più energie del necessario per eseguire un compito semplice ed è difficilissima da abbandonare a causa della pratica prolungata e di tutti gli sforzi investiti per ottimizzarne al massimo i risultati. Ma per quanto ci si sforzi è impossibile passare per un lord se a tavola si impugna la forchetta come un martello. E per quanto possa fare sfoggio delle mie qualità professionali non è poi facile distrarre l’occhio sorpreso di chi vede le mie dita saltellare come conigli intanto che furtivamente discosto l’occhio dal monitor per localizzare le lettere meno frequenti.

Il buon proposito di questa settimana è di arrivare a scrivere una mail allo scheletro sul divano senza staccargli gli occhi di dosso e distribuire i calli da dattilografo sulle dieci dita alleviando le responsabilità delle due che fino ad oggi si sono sacrificate per tutte. La prima lezione sulle lettere F e J è già di quelle difficili da digerire perchè i miei indici non hanno mai scritto una sola parola sulla tastiera e quelle fastidiose tacche sui tasti li innervosiscono ulteriormente.

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