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Dopo cinque anni e mezzo di onorato servizio tra poco più di una settimana abbandonerò questo ufficio e tornerò momentaneamente ad infoltire le file dei disoccupati. Come allora per me fresco di laurea era stato un colpo entrare nello strutturato mondo aziendale così oggi per altri motivi risulta impressionante anche solo pensare di uscirne. Abbandonare il caffè al piano rialzato prima di approdare al quinto per i consueti saluti e le prime email è un dissacrare la perfetta mattinata lavorativa. Dare l’addio ai colleghi ed amici che mi hanno accompagnato negli ultimi anni, i miei primi da professionista, sarà come girare le spalle ai sensei che, deliberatamente o meno, hanno contribuito ad impartire tanta di quell’esperienza di cui vado fiero. Non è come una famiglia, ma ne ricalca davvero alcuni aspetti e, avendo conosciuto diverse centinaia di colleghi provenienti da ogni parte del mondo, è innegabile che si percepisca un certo senso di appartenenza e comunanza di scopi.

Nel mio razionalismo radicale ho sempre concepito la professione come un mero mezzo di sostentamento, un male necessario a procurarsi ciò che realmente conta nella vita. Ma cosa cambia quando un posto di lavoro è così piacevole ed accogliente da trasformarsi in una meta gradita, un produttivo concilio di menti affini abilmente coordinate verso uno scopo? Che differenza sorge quando andare in ufficio ogni mattina non è più un dovere, ma una cara abitudine difficile da abbandonare? Non ho mai immaginato di dovermi porre questi interrogativi fino ad oggi. Un punto è certo, in vista del benessere psicofisico la cultura aziendale ed il carattere dei colleghi sono nella scelta del posto di lavoro un parametro altrettanto importante che la posizione ricoperta, il salario e le possibilità di carriera.

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