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Nodo Camusso

E’ tardi. Sono faticosamente giunto alla fine di una giornata campale iniziata poco dopo le sei e mezza e appena terminata intorno a mezzanotte. Piatto forte dello spettacolo odierno l’iniziativa di team building organizzata nell’ambito del master che ha previsto un percorso acrobatico nei boschi a dieci metri di altezza. Il programma sarebbe già stato sufficiente di per sè a mettere alla prova i partecipanti, ma il monsone che ha investito l’area interessata ha contribuito ad aggiungere un ulteriore grado di difficoltà e disagio. Il resto del tempo è trascorso nel tentativo di organizzare al meglio il trasloco che ho in programma per sabato prossimo e per cui fino a quattro ore fa non era ancora stato preparato quasi nulla. Al termine di diciotto ore di azione non c’è consapevolezza più atroce di quella di dover ripetere un simile atto il mattino successivo. In particolare il nuovo menu prevede un’intera giornata, dalle otto di mattina alle nove di sera, in abito formale a raccogliere informazioni sulle opzioni di carriera offerte dal master ed una successiva cena altrettanto formale. Suppongo che il concetto di cena formale si concentri sulla mancanza di rutti ed il consumo moderato di bevande alcoliche.

Sono negli ultimi mesi giunto ad incarnare un pianificatore seriale ed ottengo un piacere perverso dal classificare le attività in ordine di importanza ed urgenza per poi collocarle sulla linea temporale nel modo più efficiente possibile, minimizzando gli sforzi, ottimizzando i tempi morti e ricercando con ossessione il tempo libero. Questa via di mezzo tra abilità ed ossessione sembra essere una risorsa preziosissima in un programma universitario come quello che sto seguendo che assorbe tempo e pensieri con formidabile voracità. Dopo una prima occhiata alla scaletta delle attività in programma nella settimana era risultato subito essenziale non lasciare all’ultimo momento la scelta e la preparazione degli abiti per domani, perchè si sa che di mattina è facile confondersi. E ad onor del vero non è difficile nemmeno nel corso del pomeriggio vista la disattenzione nell’impostare la maschera del rasoio che qualche ora fa mi ha costretto ad adottare un’acconciatura militare.

Alcuni anni orsono, quando per la prima volta mi resi conto che in alcune occasioni sociali e professionali è richiesta la cravatta, si presentò il non banale problema di architettare un nodo rapido da intrecciare ma stentoreo nella sua eleganza. Inutile soffermarsi sui miseri tentativi falliti che costellarono i primi anni. I nodi erano sempre troppo piccoli, grandi, storti, lunghi, stropicciati ed una cravatta indossata male raccoglie lo stesso successo di un frac macchiato di sugo. Ma ogni disciplina ha il suo sensei ed il sottoscritto ha avuto l’onore ed il privilegio di conoscerlo ed esserne discepolo. Il nodo da lui perfezionato porta il suo nome e, una volta partorito dal complicato algoritmo che ne racchiude il segreto, splende sul collo con l’eleganza consumata di chi è consapevole del proprio fascino. L’intensa sessione davanti allo specchio terminata qualche istante fa ha prodotto lo stesso orgoglioso risultato che ho sfoggiato tante volte sul territorio italiano, un nodo solido e ben disegnato, ma non arrogante, dritto e ben ancorato al collo, ma non geometrico, corposo ma non gonfio.

Ora dunque, sulla soglia del regno di Morfeo, ho davanti agli occhi una cravatta già annodata perfettamente per domani mattina, perchè, per quanto semplice sia la preparazione, lasciare i dettagli all’ultimo accresce il fattore rischio e quel piccolo perfezionista che è al volante del cervello non me lo lascerebbe mai fare.

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