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U-haul

Erano anni che progettavo di cambiare appartamento e liberarmi dell’esoso affitto che ogni mese esigeva il suo tributo di sangue dal mio conto, ma ogni qualvolta la scadenza del contratto si faceva prossima non avevo cuore (leggi palle) di impegnarmi a scorrere gli annunci alla ricerca di una nuova sistemazione, tanto più che la ribattezzata casa verde vantava già un suo pezzo di storia alle spalle, costituito di eventi, ricordi e piacevoli abitudini, senza accennare ai singolari personaggi che si aggirano per gli ascensori. D’altro canto il rimandare ha dentro di sè la consapevolezza di un inevitabile prossimo destino e per quanto si tenti di scansare gli ostacoli prima o poi ce ne si trova uno in pieno stinco. E così è accaduto, complice ovviamente la penuria finanziaria figlia del master che mi ha costretto a rivedere i bilanci e scorciarne ogni spesa superflua.

Il segreto è costringersi nelle condizioni di non avere scelta. Con una telefonata al padrone di casa ho comunicato la mia intenzione di non rinnovare il contratto a fine settembre e, dopo qualche giorno di tira e molla durante il quale ha tentato di convincermi a restare, ha messo in vendita l’appartamento. La prospettiva di non avere una casa in cui abitare è una motivazione estremamente convincente anche per i più pigri e nel giro di una settimana di assidua ricerca e visite di ricognizione stavo firmando il nuovo contratto per un appartamento in uno dei pochi edifici di Vancouver che ha più di cinquant’anni. L’ultimo passo era il più fastidioso, trasferire mobili e la verghiana roba da un luogo all’altro. Un compito che fa sembrare lo scrostare i fornelli un piacevole passatempo.

I traslochi sono il momento in cui ci più si rende conto di quanta materia inutile si è accumulata nel corso degli anni. E sì che faccio vanto con gli amici di liberarmi prontamente di ogni oggetto inutile e di vivere leggero. Le due settimane precedenti al trasferimento dei mobili sono trascorse a riempire sacchi di scatole, carte, vecchie riviste e ogni sorta di orpello che fosse miracolosamente sfuggito al riciclaggio in precedenza, incluse una ventina di bottiglie di vetro vuote che per qualche oscuro motivo mi ero ostinato a conservare. La mattina del grande giorno ero pronto, tutti i miei possedimenti erano ben stipati all’interno di una quantità inverosimile di valige, borse, zaini e sacchi di stoffa, un parco bagagli degno di quelle Mercedes bianche che si vedevano sfrecciare verso il Marocco alla fine degli anni ottanta.

Nell’immancabile dettagliatissima fase di progettazione dell’evento per qualche ora avevo accarezzato l’idea di affidarmi ad una compagnia di traslochi che mi liberasse dal pensiero stressante di trasportare mobili e resto alla nuova casa. Ma per una cifra intorno ai 500 dollari l’unico stress che mi sarei risparmiato sarebbe stato quello di trasportare fisicamente gli oggetti, avrei comunque dovuto montare e smontare i mobili oltre che preparare scatole e pacchi con l’addizionale preoccupazione che questi sedicenti professionisti non si prendessero sufficiente cura dei miei preziosi averi. Decisi dunque di rivolgermi a U-Haul, celeberrima azienda locale di traslochi fai-da-te, e dal sito Internet prenotai un furgone per quattro ore e una decina di coperte adatte a proteggere le superfici dei mobili. Una di quelle follie che anche solo due anni fa non mi sarebbero nemmeno venute in mente, ma evidentemente ormai la cultura pratica canadese mi ha contagiato a sufficienza.

All’una di pomeriggio uscivo dal parcheggio di U-Haul alla guida di un enorme camion che occupava una corsia e mezza e che cercavo di dirigere alla meglio con l’ausilio degli ampi specchietti laterali e di una buona dose di terrore. Mai come allora ho realizzato quanto siano maneggevoli le automobili. Le manovre per inserire lo stesso mezzo a marcia indietro nello stretto spazio di carico e scarico del vecchio edificio sono passate alla storia per la cautela e la lentezza. Il lato positivo è stato che nel camion c’era più spazio che nell’appartamento stesso e non è stato difficile accatastare tutto senza finire ad impazzire in un tetris più realistico del solito. Per qualche secondo ho pensato di lasciare tutto lì dentro e di trasferirmici. La breve distanza tra i due indirizzi è stata percorsa a passo d’uomo per non rovesciare la bottiglia d’olio o rompere le uova che avevano entrambi a disposizione un metro quadrato di spazio intorno a sè.

L’arrivo a destinazione, circa quattro minuti dopo la partenza ha confermato la teoria che la distanza nei traslochi non è un fattore essenziale rispetto alle operazioni di carico, scarico, smontaggio, montaggio e riordino. Ed è qui che è caduta l’unica vittima del giorno, il tavolo di vetro della veranda che ha deciso di scoppiarmi tra le mani nell’androne del palazzo inondando di schegge un raggio di diversi metri oltre al sottoscritto. Lo sfortunato evento ha però consentito di conoscere svariati vicini che gentilmente si sono offerti di dare man forte a risolvere l’incidente e riporre il tavolo in un sacchetto di carta. In serata il letto era completamente montato e l’armadio già farcito di indumenti. Una decina di ore e due persone (grazie Giacomo) possono portare e termine un trasloco. Spesa totale dell’operazione meno di 50 dollari, tutto incluso.

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