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Tirate fuori i dadi da venti e fate un tiro salvezza contro raggio della morte!

Dado da venti

“Eh?” risponderanno attoniti i miei venticinque lettori che tra le medie e le superiori avevano di meglio da fare che giocare a Dungeons & Dragons. E va bene, nell’ambito degli ormai démodé giochi di ruolo il tiro salvezza era l’equivalente della botta di fortuna (fattore Q) nella vita reale e consisteva nel tirare un dado a venti facce (lo so, lo so..) nel tentativo di ottenere un valore più alto di quello riportato tra le caratteristiche del personaggio. Ad esempio, mettiamo che la mia fantasia sociopatica mi avesse trasportato nei panni di un guerriero medioevale di media esperienza e che cotale personaggio si trovasse a dover schivare una valanga di neve, lo sfortunato individuo se la sarebbe cavata solamente se avessi tirato più di 13 o 14 con un dado da venti, altrimenti sarebbe defunto come tutti noi.

Per rendere il gioco più complicato del necessario erano presenti vari tipi di tiro salvezza dalle definizioni indimenticabili e dall’uso oscuro ai più che si limitavano semplicemente a ripeterne il nome come una litania. “bacchette magiche”, da usarsi nel caso si incontri una versione isterica di Harry Potter o un cuoco giapponese con la passione per prestidigitazione (esercitatevi a pronunciarlo a casa). “soffio del drago”, solitamente difficilissimo da superare e adatto alle schermaglie con mostri sputafuoco o alle conversazioni tra compagni di gioco con l’alitosi. “veleno o raggio della morte”, fino a veleno ci arrivano tutti, ma cosa sia il raggio della morte ben pochi l’hanno mai saputo. Almeno fino ad oggi.

E’ facile ora comprendere quale curiosità possa suscitare la storia del raggio della morte che frigge gli ospiti di un lussuoso hotel di Las Vegas comparsa su Internet qualche giorno fa. Peccato che in questo caso il raggio non sia costituito da altro che radiazioni solari concentrate sull’area circostante la piscina dell’hotel dopo essere state riflesse dalle pareti a specchio curve dell’edificio causando quel celeberrimo effetto lente che tutti han provato da piccoli. Secondo l’articolo la pelle di più di una persona è rimasta letteralmente bruciata dall’intensa esposizione. Evidentemente pochi sono riusciti a non fallire il tiro salvezza.

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