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Quando durante la prima lezione di contabilità un paio di mesi fa si è approcciato il tema del break-even mi sono istintivamente sentito insultato. Pur senza tirare in ballo il fatto che aborro le ripetizioni di qualsiasi genere in quanto tempo sprecato, fatico ad immaginare un iscritto ad un master post laurea in Business Administration che non sia familiare con il termine e i relativi semplici calcoli. E quindi, mentre il teatrale professore guidava la classe attraverso gli impervi concetti di costo fisso, costo variabile e margine di contribuzione, mi è tornato in mente un episodio di qualche anno fa.

Caffè

Lavoravo a Milano e l’amministratore delegato che aveva generosamente appena donato una macchinetta del caffè all’ufficio aveva chiesto ad una malcapitata stagista di calcolare il break-even del suddetto apparecchio rispetto all’acquisto quotidiano di tazzine di espresso. Ora, visto il ridotto valore della macchinetta e il consumo industriale di caffè dell’ufficio, il break-even sarebbe probabilmente risultato essere qualche ora più tardi se la stagista non si fosse giustamente rifiutata di calcolare la redditività di un costo irrecuperabile.

Ebbene un problema simile mi riguardava direttamente. Infatti da qualche tempo mi capitava di tenere vispa l’attenzione mattutina ricorrendo ad un caffè acquistato presso un piccolo bar gestito da una signora polacca nei pressi dell’aula dove facciamo lezione. Certo sarebbe stato ben più efficiente farsi il caffè a casa e portarselo a lezione in una di quelle tazze isolanti che vanno per la maggiore da queste parti. Tanto più che, nonostante quel che millantano, il caffè di Starbucks è di qualità ben inferiore a quello che tengo a casa e di cui scelgo personalmente la miscela ogni settimana da Safeway. Ma questa è un’altra storia. Dicevamo, sarebbe possible quantificare il risparmio di evitare la signora polacca e bere un caffè di buona qualità? Poniamo che prenda il caffè nel 75% delle mattine, l’americano “three shots” che prediligo costa circa $2.80, una tazza Thermos si riesce a comprare da London Drugs per $20 e probabilmente, visto che una borsa di caffè da $12 dura una trentina di caffettiere, posso dire che ogni caffè fatto a casa mi costa $0.42, volendo includere anche una stima per eccesso dei costi del gas e dell’elettricità. Ovvio, senza aver più la noia di dover fare il giro lungo dal bar, mi sarei bevuto il caffè ogni mattina. Ricordo che qualche minuto dopo avevo concluso una stima approssimativa di un paio di settimane al massimo per cominciare a trarre profitto dall’investimento nella tazza termica. Il calcolo è banale, basta stimare il valore di G (giorni) che rende vera la seguente uguaglianza: $2.80*75%*G=$20+$0.42*G. Come è evidente dal grafico la soluzione è poco meno di dodici giorni, circa due settimane.

Break-even

Quel che la matematica non poteva prendere in considerazione è che oggi a distanza di diverse settimane non ho ancora comprato la tazza, che l’idea di girare tutto il giorno con una tazza in borsa mi risulta per qualche ragione indigesta, che dovrei svegliarmi qualche minuto prima per preparare il caffè e soprattutto che mi piace bere il caffè anche dopo pranzo. Alla prossima per un miglioramento della stima che prenda in considerazione gli elementi di cui sopra ed includa un modello stocastico da risolvere con una simulazione Montecarlo per determinare il più probabile esito della vicenda.

Nota linguistica: per scrivere questo post ho dovuto ricorrere al traduttore automatico di Google Inglese-Italiano. E non è la prima volta.

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