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Discussione in campo

Mi sono sempre chiesto come riescano a comunicare i calciatori di diverse nazionalità tra di loro o con gli arbitri. La risposta sembrerebbe semplice, in inglese o in qualche lingua comune. Forse, ma se il laureato medio italiano spiccica stentando due sillabe di lingua straniera e di certo ne comprende ben di meno, mi riesce arduo credere che chi ha dedicato la propria carriera allo sport piuttosto che alla cultura possa fare molto di meglio. Eppure, a giudicare dalle accese conversazioni che si sono viste ai mondiali in Sudafrica o ogni settimana nelle coppe europee, tutti questi fior di intellettuali in calzettoni e casacca sono perfettamente in grado di esprimersi e condurre dissertazioni mediamente complesse su come il terzino abbia atterrato il centravanti o quel fuorigioco proprio non ci fosse. Resta comunque l’interrogativo iniziale del perchè suddette tenzoni verbali debbano esistere quando ben raramente si è visto un arbitro cambiare idea dopo che un nugolo di protestanti lo ha circondato sbraitando. L’unico risultato della rivolta può essere un cartellino o una ramanzina davvero indegna di manifestazioni sportive. La posizione più sconcertante è evidentemente quella ricoperta dagli arbitri che devono svolgere l’ingrato compito di moderatore queste improbabili discussioni e alla fine restare dell’idea iniziale dopo aver fatto finta di aver preso in considerazione una serie di urla in qualche lingua più o meno conosciuta, tra i cori dei tifosi da una parte e la musica degli altoparlanti dall’altra.

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