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Avete presente quando qualche concetto, idea o frase incontrati per caso si fissano nella mente e sembrano non poterla abbandonare? Capita spesso con i peggiori motivi musicali o le frasi ad effetto che qualche poveretto ci costringe a sentire. Consciamente li ignoriamo con disprezzo, ma poi tornano più agguerriti che mai e per vendicarsi usurpano spazio nella memoria e distraggono ogni concentrazione. A me sta capitando con le corse di cani.

Corsa di cani

Sono cinefilo, ma decisamente non cinofilo. L’esistenza di corse di animali, cani in particolare, è un evento sepolto nella parte della memoria coperta da due dita di polvere. O almeno lo era fino a ieri. Tutto è cominciato con un libro di John Grisham, “The firm”, regalatomi una settimana fa a Milano, poco prima di volare a Vancouver. Ho sempre considerato Grisham letteratura da spiaggia, uno di quegli autori le cui opere sono destinate ad avere le pagine piene di sabbia e le macchie di tramezzino, prima di essere prestati ad un conoscente che lo dimenticherà in montagna. Ma non avevo mai letto nulla. Ammetto senza vergogna che le cinquecento pagine in inglese di “The firm” hanno fatto passare piacevolmente gran parte delle quindici ore di volo e alcuni dei pomeriggi successivi, allontanandomi con le buone dai divertimenti che si attaccano alla corrente. Nessuna rivelazione letteraria, semplicemente un thriller a base di avvocati con un buon ritmo a dispetto della trama semplice, ma sufficientemente ricca d’azione per spingermi a voler vedere il film trattone nel 1993, quando Tom Cruise aveva ancora quell’incisivo storto.

E qui l’hybris ha trovato la giusta punizione. Il film, basato vagamente sul libro, è noioso ad essere generosi e la trama presenta diversi buchi che rendono difficile seguirne il senso. Come in casi simili ho quindi cercato di godermi la fotografia, quell’entusiasmo opaco dell’inizio dei novanta, fatto di capelli crespi, fax e mercedes modello nomade. Una scena suggestiva, ed assente nel libro, si svolge appunto in un cinodromo dove una batteria di cani rincorre un grosso osso bianco fissato ad una sbarra semovente. Ed Harris, il quale ormai sospetto reciti bene solo nei film di astronauti, racconta a Tom Cruise come una volta uno dei cani abbia raggiunto l’osso finto e come questo evento lo abbia rovinato come atleta. Ecco, da ieri non faccio altro che pensare al profondo dramma del cane corridore che addenta l’osso, si rende conto che è finto e perde ogni motivazione a continuare l’attività in cui eccelle.

Le metafore sono fin troppo ovvie e banali. Anche Sneijder è una metafora. Nel 2010 vince cinque trofei, segna otto gol in quarantuno presenze, ma il pallone d’oro è di Iniesta perchè ha segnato alla finale dei Mondiali. La differenza è che le punizioni di Sneijder sono poesia fatta a parabola e le corse dei cani non hanno abbastanza seguito nemmeno per comprare un osso vero.

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