Tag

, , , ,

Martin 244

No, non voglio trasformare queso blog nel bollettino dei naviganti. Ma prima della emozionante storia di oggi è bene fare un passo indietro e raccontare che qualche mese fa mi sono iscritto al club di vela dell’MBA. Chi mi conosce sa che l’esperienza che posseggo in materia è nulla fatta eccezione per un paio di splendidi weekend a bordo di barche di amici. Per colmare la lacuna ho seguito un corso, sia teorico che pratico, ed ora, un faticoso esame dopo, sono felice possessore di patente nautica che mi mette in condizione di affittare imbarcazioni e portarle in giro. Ho imparato centinaia di termini tecnici, le regole della strada, come leggere le carte e tutto quello che consente di intrattenere il pubblico con affascinanti racconti ai ricevimenti più eleganti. Tutto questo entusiasmo deriva dal fatto che a settembre la squadra dell’MBA parteciperà ad una regata organizzata dalla SDA Bocconi a Santa Margherita e non ho potuto non sentire il richiamo di certe vecchie rivalità milanesi.

Stamattina, in compagnia di due tedeschi, uno spagnolo ed un canadese, neanche fosse una barzelletta, abbiamo affittato una piccola barca a vela, un Martin 244 (in foto), e, dopo i controlli di rito, siamo salpati, decisi a gonfiare le nostre vele con tutto il vento leggero che descriveva il bollettino nautico. Siamo stati accontentati. Con gli interessi.

Usciamo a motore verso le dieci di mattina. Calma piatta. Superate le boe rosse e verdi del porto spegniamo il motore ed issiamo randa e fiocco. Ci muoviamo a malapena. Mentre passiamo lentamente di fianco a due foche scorgiamo un po’ di vento più avanti e per non perdere troppo tempo ci diamo una spintarella con il motore fin là dove finalmente le vele prendono portanza e ci possiamo sbizzarrire con un po’ di manovre. Vira, poggia, stramba, orza, la situazione meteorologica migliora notevolmente, il vento sale e la giornata si preannuncia assolata. Splendido. Ci godiamo per un po’ i nostri quindici/sedici nodi e poi, in vista della regata, ci prepariamo a fare un po’ di pratica con lo spinnaker. Ora, issare ed ammainare lo spinnaker è una procedura più complessa delle altre, specialmente sulla piccola imbarcazione che abbiamo in dotazione. Nonostante tutto alla terza prova riusciamo ad issarlo con successo e provare un paio di strambate con tanto di relativi maneggi di tangone. Ci avviciniamo così a tutta velocità verso Stanley Park, pronti ad ammainare la grossa vela panciuta all’entrata del porto e chiudere trionfalmente la pratica. Qui cominciano i problemi.

Tanto per cominciare tutti presi dai colori dello spinnaker non ci siamo accorti che il vento è notevolmente cresciuto. Ci diranno poi che si sono raggiunte raffiche di trenta nodi. Non aiuta il fatto che il guscio di noce di cui siamo a bordo non monta strozzascotte per le cime dello spinnaker e l’intera forza del vento deve essere controbilanciata dal sottoscritto e il compagno canadese. Poi il diavolo fa le pentole ma non i coperchi e, tutti contenti di essere riusciti ad issare la vela non siamo altrettanto a nostro agio al momento di ammainarla col risultato che gli scogli diventano pericolosamente vicini. E lo spinnaker ha una portanza che non perdona.

Finalmente riusciamo ad ammainarlo, ma ora il vento è veramente forte. Vorremmo solo portare la prua al vento per ammainare le vele visto che la nostra randa non si può terzarolare, ma il vento forte rende tutto molto complesso, soprattutto quando qualche inesperto non lasca la randa al traverso rischiando di farci scuffiare. Per finire il rollafiocco si incastra lasciandoci con un mezzo fiocco in tensione. Comincia a diffondersi un filo di panico al punto che, fissato il pennone, molliamo la drizza della randa e tiriamo giù la vela in fretta e furia. Già lo spazio per muoversi non era tanto, ma in cinque su un venticinque piedi con una randa nel pozzetto la situazione peggiora. Ma il bello arriva quando il motore sembra non funzionare ed il vento ci spinge a pochi metri dalla riva. Scopriremo poi che qualcuno si era dimenticato di aprire la valvola dell’aria. Finalmente riprendiamo il controllo, della barca e di noi stessi, ed arriviamo in porto, non prima di aver lottato con il vento per guadagnare senza danni il posto barca.

Uno dei tedeschi è bianco e non parla da un’ora. La sensazione generale è di averla scampata bella. Nonostante ciò ostentiamo sicurezza con la gente del noleggio che ci ha ripetutamente cercato per telefono per avvisarci delle condizioni non ideali. Come se tra Scilla e Cariddi ci fosse tempo di rispondere al telefono. Abbiamo ancora da fare un po’ di pratica prima di affrontare l’ateneo più tamarro di Milano.

Annunci