Tag

, , , , , , ,

Maple Leaf

Da giorni ormai lo spazio di fronte all’Art Gallery nel pieno centro di Vancouver è occupato da una piccola tendopoli organizzata dal movimento “Occupy Vancouver” che segue l’onda nata da Occupy Wall Street negli Stati Uniti. Serie di cartelli con varie richieste e slogan sono sparsi nell’area circostante, mentre gruppetti di attivisti sono impegnati a mantenere l’occupazione, organizzare sparuti comizi e passeggiare per il suolo pubblico con l’aria del padrone di casa. Nonostante la simpatia che istintivamente provo per chiunque protesti, mi risulta difficile prendere sul serio quest’iniziativa sia per come si presenta che per il totale distacco dalla realtà che dimostrano questi professionisti della manifestazione di piazza.

Sebbene alcune delle richieste possano essere sensate è difficile collocare mentalmente i manifestanti nel discorso dell’appartenenza al 99% che viene sostenuto altrove. Oggi il Canada ha un tasso di disoccupazione estremamente basso, 7.1%, il salario netto mensile medio supera i $2,600, quando per esempio in Italia non raggiunge i €1,300, e il 70% della popolazione percepisce introiti lordi per più di $50,000. Inoltre, rispetto agli Stati Uniti, il Canada si avvantaggia di un sistema sanitario nazionale molto simile a quello europeo che non lascia nessuno in balia di esorbitanti fatture mediche. Insomma gli ultimi che mi sarei aspettato di vedere in piazza sono proprio i canadesi, anche se forse alla fine il tasso di adesione alla protesta mi da ragione. D’altro canto Vancouver (Victoria ancora di più) è tuttora rifugio di una colonia significativa di hippy che non perdono occasione per perpetrare la diffusione dei valori a zampa d’elefante tra ambientalismo radicale, condanna a priori delle corporation e della finanza, ed un socialismo anacronistico.

Ne consegue che Occupy Vancouver diventi un calderone di proposte che spaziano dall’economico al politico al sociale, all’ambientalistico senza un collante che le tenga insieme. E tra le richieste del movimento, di cui alcune potrebbero essere interessanti e realistiche, i leitmotiv che emergono sono un totale distaccamento dalla politica e dall’economia reale ed un molle messaggio che suona “tassate chi guadagna (e lavora) di più, così posso continuare a stare a casa ad intrecciare pochos di canapa e parlare coi miei amici alberi”. Ed è un peccato perchè, pur non avendo alcuna attinenza l’una con le altre, il ritiro dall’Afganistan, la promozione delle energie rinnovabili e la riduzione dell’influenza delle lobby di potere sono esempi di proposte condivisibili. Certo che la credibilità viene meno quando si suggerisce la nazionalizzazione delle banche ed il ritorno agli scambi in oro, elementi che evidenziano una totale ignoranza del sistema economico attuale ed un utopismo patologico.

Occupare Vancouver non serve ad altro che a screditare le proposte agli occhi dei vancouveriti che guardano le tende pensando “lasciamoli fare, sono ragazzi”. Le stesse idee potrebbero essere sviluppate e promosse tramite eventi, forum, conferenze e trasformate in correnti politiche. Varrebbe la pena riservare la piazza per proteste più urgenti e condivise.

Annunci