Tag

, , , , , , ,

Mohito

Bere a Vancouver è molto facile, se si è superata l’età legale dei diciannove anni. Qui, come in tutte le regioni che storicamente sono state soggette ad un’era di proibizionismo, l’accesso all’alcol è regolato severamente. Specialmente nei fine settimana l’entrata nei locali è consentita solo previa ispezione dei documenti di identità e i gestori rischiano la chiusura dell’attività nel caso minorenni vengano sorpresi a dissetarsi col nettare proibito dello spirito. L’amministrazione pubblica locale si prende inoltre cura di tassare aspramente qualsiasi bevanda alcolica. A seconda del tipo di prodotto, del tasso alcolico e della provenienza, la tassa specifica per gli alcolici può arrivare a superare il 100% del prezzo originale del prodotto. No, non ho messo uno zero di troppo. Ne risulta che ad esempio il vino più economico in assoluto non costi meno di $10 e per una bottiglia da 750cl di Vodka se ne paghino quasi $30. La stessa bottiglia di vino costerebbe poco più di $4 varcato il confine con gli Stati Uniti. Su questa base non è difficile intuire le abitudini dei bevitori del luogo.

A diciannove anni ed un secondo i giovani autoctoni si precipitano nel pub più vicino e spendono tutti i risparmi nella birra più a buon mercato, che comunque non si ottiene spesso per meno di $5 al bicchiere -trascuriamo per ora la differenza tra “pint” e “sleeve”. Per tutto il periodo universitario il rapporto %vol/costo è il fattore principale della decisione di quale birra bere, il che porta a dissetarsi frequentemente con prodotti palesemente inferiori quali Kokanee o Molson. La maggior parte dei pub durante i giorni feriali si libera degli avanzi dei weekend proponendo popolarissime offerte “speciali” che consistono nel distribuire un tipo di birra leggermente scontato rispetto alle altre. Inutile osservare che le migliori birre difficilmente sono in offerta speciale. I futuri alcolisti, una specie rara in Italia, ma molto meno da queste parti, nascono in questa fase, irrorati di Coors alla sera, martellati da mal di testa da capogiro alla mattina.

Non appena la disponibilità economica comincia a salire si apre un insieme di alternative. Il vino purtroppo resta ben fuori dall’insieme di bevande che ha senso bere fuori. Una bottiglia in un ristorante non costa mai meno di $30 e si finisce per bere un vino modesto ad un prezzo esorbitante. Molto meglio portarselo da casa -qui è non frequente, ma accettato- o bere altro. Nonostante ciò bere vino è considerato molto raffinato, di qualsiasi qualità si tratti. I cocktail sono meno popolari della birra, ma pur sempre in voga, in particolare il Caesar, una variante del Bloody Mary, e il famoso Rye and Ginger. D’altro canto bisogna ancora stare in guardia perchè è pratica comune, specialmente nei fine settimana e nei locali più economici, annacquare le bevande alcoliche. Non sto scherzando. Capita di ordinare uno shot di whisky ed accorgersi che di whisky non ce n’è più della metà. Secondo la testimonianza di più di un barista, le bottiglie in esposizione vengono periodicamente ri-riempite con solo parte del contenuto dell’etichetta e il resto di acqua. In compenso, a voler cercare bene, si trovano baristi artisti in grado creare nuove originali miscele.

A voler trarre conclusioni la birra, magari proveniente da uno stabilimento locale o in bottiglia, resta la scelta più conveniente da ogni punto di vista, a meno che non si possa fare completo affidamento su chi serve dall’altra parte del banco e si voglia provare qualcosa di nuovo.

Annunci