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Nonostante l’ormai subentrata abitudine, la sveglia antelucana non è mai un toccasana per l’umore. Ogni mattina, uscendo di casa, una parte del cervello protesta con striscioni e slogan che chiedono a gran voce chi me la faccia fare e pretendono il ritorno immediato ad un meno severo regime di sonno con una passione da sindacalista degli anni settanta. L’attesa alla fermata dell’autobus è dove la sommossa interna raggiunge la zona rossa e comincia a lanciare sampietrini contro le forze dell’ordine urlando “assassini, assassini”. Il momento in cui l’autobus finalmente fa capolino dietro la fila di auto parcheggiate su West Georgia coincide con quello in cui la polizia a cavallo sfonda il muro dei manifestanti coadiuvata da una nube di lacrimogeni e disperde la rivolta.

Salire sui mezzi pubblici ogni mattina alla stessa ora implica condividere un certo periodo di tempo con lo stesso insieme di sconosciuti al punto che, pur restando sconosciuti, ci si comincia a fare domande su queste vite con cui si entra involontariamente in contatto.

Vancouver BusIl primo mistero sorge prima ancora di mettere piede in vettura. Da mesi ogni mattina l’autobus compare con una bicicletta rossa di marca devinci sul portabiciclette anteriore. Sono ormai settimane che mi chiedo a chi possa appartenere e calcolo mentalmente l’intersezione degli insiemi dei passeggeri di ogni giorno senza giungere ad una soluzione definitiva. Ogni volta che sono convinto di aver identificato il proprietario vengo smentito immediatamente e devo ricominciare da capo. Ormai sospetto che la bici sia rimasta incastrata al portabiciclette anni fa e nessuno si sia più curato di rimuoverla.

Circa due volte alla settimana, ma non sempre gli stessi giorni, due cinesi alle soglie della terza età che evidentemente si conoscono, ma non siedono mai l’uno accanto all’altro, vanno a pescare. Lo so perchè una volta l’autista ha augurato loro in bocca al lupo e il più affabile di loro ha risposto qualcosa di incomprensibile in anglo-cinese prima di scoppiare in una risata sgangherata. Dove o cosa peschino è impossibile saperlo, ma evidentemente deve trattarsi di una attività per cui vale la pena svegliarsi alle cinque di mattina relativamente spesso.

Sedute sul posto riservato agli invalidi si trovano ogni giorno due signore indiane sulla quarantina, sebbene volendo dare un intervallo di confidenza al 95% sull’età sarei costretto a dire quarant’anni più o meno quindici. L’una occupa un volume doppio di quello dell’altra e le parla in hindi per la stragrande maggior parte del viaggio. L’altra tiene duro e ogni tanto annuisce per educazione, pur conscia di non avere alcuna scappatoia. Di dove vengano, dove vadano e perchè ci sono troppo pochi dati anche solo per supporlo, ma le ipotesi più accreditate includono infermiere o metronotte alla fine del turno, centraliniste per la Rai e messaggere della dopa.

“Sono abitudinario, non mi giudicate, siete come me.” (cit.)

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