Tag

, , , , , , , , ,

Affidandosi esclusivamente ad un punto di vista scientifico e razionale è fin troppo facile giungere alla conclusione che sia possibile definire con relativa precisione il prezzo “corretto” della maggior parte dei beni tangibili, che siano oggetti, diritti, immobili, o titoli. Intuitivamente il prezzo dipende dalla quantità di lavoro e materia prima necessari per creare il bene da zero e consegnarlo all’acquirente sommati ad una porzione aggiuntiva di profitto, variabile sulla base del prodotto stesso. Anche nel caso di beni finanziari, ad esempio azioni o obbligazioni, sembrera possibile definire con una certa accuratezza il valore “reale” stimando l’ammontare di risorse necessario per riprodurre un diritto equivalente a quello del titolo. Ad esempio per calcolare il valore di un negozio di verdure si potrebbe pensare di sommare il costo della licenza, dell’immobile, dell’inventario e i futuri proventi. O nel caso di un’auto sommare i materiali, l’assemblaggio, la porzione di costo dei macchinari necessari alla produzione, le commissioni dei venditori e tutto il resto.

Con una sufficiente esperienza specifica si potrebbe dunque pensare di avere gli strumenti per determinare il prezzo “equo” di un bene ed essere di conseguenza in grado di distinguere un prodotto caro da uno a buon mercato. Ma è qui che si manifesta in tutta la sua potenza la legge della domanda e dell’offerta. Che per inciso trovo scorretto chiamare “legge” in quanto si tratta di un fenomeno umano, non certo un principio naturale. E tale fenomeno dipende a propria volta dal concetto di utilità, esprimibile come il valore che ciascuno soggettivamente attribuisce ad un bene e che può dipendere da opinioni, gusti, livello di istruzione, cultura e inifiti altri parametri. Risulta dunque che nel valutare l’acquisto di un bene sia l’utilità individuale a condizionare la decisione e non il valore “equo” citato in precedenza. E se banalmente il valore “equo” di una mela puo’ essere 50 centesimi (10 di coltivazione, 20 di distribuzione e altri venti di profitto per il commerciante), per Tizio, sazio dopo un abbondante pranzo, l’utilita’ della mela potrebbe essere vicinissima a zero, mentre per Caio, affamato da ore, potrebbe arrivare a qualche euro. La stessa mela da 50 centerimi per il primo è cara, per il secondo decisamente economica.

Moka

Gli stessi meccanismi dell’esempio della mela sono in funzione ogni giorno nei grandi mercati finanziari. Sebbene siano disponibili modelli e stime per valutare con relativa oggettività il valore “corretto” dei titoli, i diversi punti di vista, le divergenti attese future e il disallineamento delle posizioni di partenza degli individui e delle organizzazioni coinvolte muovono i prezzi con un andamento spesso inspiegabile e scorrelato dal valore concreto. Al punto che la finanza comportamentale suggerisce che per predire le fluttuazioni del prezzo risulta più efficace basarsi sul comportamento e le opinioni degli investitori piuttosto che sul bene stesso.

Per un ingegnere testardo è difficile da accettare, ma non esiste un prezzo giusto se non quello che una controparte è disposta a pagare o ricevere in cambio di un bene o un servizio. E se comprare una Ferrari per 100 euro può certo sembrare un affarone, in realtà non lo è finchè non spunta un acquirente che ne voglia sborsare almeno 101 per impossessarsene. Ditelo a chi si occupa di Value Investing.

Annunci