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PerseoChe Vancouver non sia proprio un circolo di intellettuali credo ormai di averlo fatto trasparire a sufficienza. La meno sofisticata natura della città rende difficoltosa la promozione di iniziative culturali e quelle poche che la spuntano danno sempre l’impressione di essere organizzate da una ridottissima minoranza a vantaggio di se stessa e con quel fastidioso senso di elitario compiacimento. E ne riesce un evento simile alle recite di scuola, dove gli unici a godersi veramente lo spettacolo sono i piccoli attori seduti in platea e le maestre.

Quando dunque ci si imbatte in un progetto come “Poetry in Transit”, in grado di portare la poesia fuori dai salotti alla naftalina e dalle camerette delle future depresse, non si dovrebbe far altro che apprezzare questo apostolato letterario e sperare che riesca ad intaccare, anche solo superficialmente, la scorza di insensibilità e l’ossessiva concentrazione sul presente che sembrano permeare la mentalità di molti autoctoni. L’idea è semplice: grazie ad una collaborazione tra Translink, l’azienda dei trasporti pubblici locale, e l’associazione degli editori della British Columbia, una selezione di opere di poeti canadesi vengono affisse sui mezzi pubblici e alle fermate.

Mi balza subito in mente l’immagine di versi di Montale o Ungaretti sui cartelloni scorrevoli della metropolitana a Milano. O i canti dell’Inferno di Dante sulle pareti delle scale mobili. I Sepolcri di Foscolo negli ascensori. Magari non tutti ci farebbero caso, ma chi avesse in sè il seme della comprensione si fermerebbe anche solo un momento nella stazione Gioia, nei corridoi che collegano la rossa e la verde, durante il breve intervallo che intercorre tra un’estenuante pomeriggio in ufficio e l’eroica spesa del lunedì sera, e forse due o tre versi dei più belli mai scritti dall’uomo riuscirebbero a placare lo stress.

La realtà che invece mi si para davanti una volta uscito dal sogno ad occhi aperti è ben più bruta. Mi rendo conto che storicamente fino ad ora da questa parte del mondo non ci sia stato stato molto tempo per dedicarsi a cantici e odi, tra la corsa all’oro, la colonizzazione dell’Ovest e la caccia ai bisonti. Capisco anche che il non avere a disposizione capolavori di grandi maestri alle proprie spalle costringa a ricominciare tutto da zero. Ma pur con tutte le attenuanti del caso le “poesie” che vengono esposte al pubblico rientrano a malapena in quella definizione di arte secondo cui “tutto è arte” e gli ingredienti sul succo di frutta sono un pezzo indimenticabile di letteratura contemporanea.

Eppure, come sottolineavo in precedenza, non me la sento di essere distruttivo e per una volta mi limito a dare qualche semplice concreto consiglio a questi poeti locali:

  • Il flusso di coscienza non è l’unica tecnica per esprimere i propri pensieri
  • Andare a capo a caso non aggiunge di per se alcun valore alla composizione
  • Spesso l’utilizzo di vocaboli più ricercati aiuta a meglio veicolare i concetti
  • L’estetica verbale e la musicalità dei versi, pur non indispensabili, allietano il lettore
  • Conoscere i grandi del passato aiuta ad evitare le banalità più ovvie
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