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Quando ho ricevuto il passaporto canadese, il documento che prova nel modo più ufficiale la mia attuale doppia nazionalità, mi sono fatto cogliere di sorpresa.

Durante la caratteristica cerimonia di conferimento della nazionalità di un mese fa mi ero comportato piuttosto meccanicamente, seguendo le istruzioni. Una firma qui, si sieda la, ripeta con me, vi proclamo canadesi. Non che non fossi conscio della valenza del momento, ma tutta quella pompa di frasi, motti, bandiere, diritti e doveri mi aveva un po’ anestetizzato. Avevo lasciato la sala di gala degli uffici del governo con una sensazione poco diversa da quella di quando si va a in Comune a rinnovare la carta d’identità. Il certificato rilasciatomi dichiarava che da quel giorno potevo considerarmi parte del popolo canadese in mezzo al quale ho vissuto per gli ultimi sette anni, ma questo nuovo fatto non aveva alcuna conseguenza.

E’ stato solo qualche settimana dopo quando ho aperto l’involucro del pacco postale contenente il mio nuovo documento di identità ed ho letto il mio nome e cognome seguito da “Nationality: Canadian/Canadienne” che non ho più potuto sottovalutare questo evento. E per la prima volta mi sono immaginato spiegare a qualcuno di essere Canadese. Da oggi, specialmente da questa parte del mondo, se qualcuno chiede, sono Canadese. Se poi la conversazione continua è probabile che emerga anche la mia prima nazionalità, ma in prima istanza probabilmente non mi presenterò più come Italiano, almeno per comodità. Il che, ammetto, mi dispiace un po’ ma mi porta al secondo punto.

La vera rivelazione è stata che il ricevere un secondo passaporto non ha aggiunto una nuova nazionalità, ma piuttosto ridotto considerevolmente il concetto di appartenenza ad una nazione o forse ancora inquadrato in una nuova prospettiva più ampia. Il luogo di provenienza, i costumi, le tradizioni la mentalità del paese d’origine non sono un’immutabile etichetta che ci accompagna per sempre, ma una delle chiavi di lettura di ciascun individuo.

Mi piace pensare che questa seconda nazionalità abbia un valore simbolico di cosmopolitismo, che dica che sono nato e cresciuto a Milano in Italia, ma che poi ho seguito una strada che mi ha portato qui e che forse domani mi porterà altrove. E dire che sono Italiano racconta solo una parte della storia, ma proprio le origini Italiane mi hanno messo nelle condizioni di apprezzare anche altro dall’Italia.

E, forse sarà un segno, ho smarrito la Carta di Identità.

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